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1. Perché questa lettera Carissimi figli e fratelli in Cristo, è questa la mia prima lettera pastorale alla Chiesa bresciana e sono davvero contento che riguardi il mistero e la pastorale della parola di Dio nella vita della Chiesa. I motivi della scelta possono essere tanti: stiamo vivendo l’anno paolino, che intende approfondire la conoscenza dell’apostolo Paolo e del suo messaggio; celebreremo in ottobre il Sinodo dei Vescovi, che affronterà il tema della Sacra Scrittura nella vita della Chiesa. Il Consiglio Pastorale Diocesano, consultato sulla questione, mi ha offerto una preziosa serie di indicazioni su questo tema. Diversi, dunque, sono i motivi della scelta. Ma, al di là dei motivi contingenti, c’è un motivo di fondo che giustifica la scelta ed è la convinzione che solo da un rapporto approfondito con la parola di Dio può venire un autentico rinnovamento della vita ecclesiale, della pastorale. Nella Costituzione ‘Dei Verbum’ il Concilio ha scritto: “È necessario… che ogni predicazione ecclesiastica come la stessa religione cristiana sia nutrita e governata dalla Sacra Scrittura” (DV 21 = EV 904). Prendo queste parole non come se fossero un omaggio formale alla Sacra Scrittura, ma come un’affermazione meditata, pesata, fatta consapevolmente e vorrei farne il fondamento di una scelta che orienti il mio ministero in terra bresciana, che plasmi tutto l’impegno di rinnovamento e di crescita spirituale che la nostra Chiesa sta vivendo.
2. La Sacra Scrittura, luogo del primato di Dio Ma perché è così importante il riferimento alla Sacra Scrittura? Il Concilio risponde. “La Chiesa ha sempre venerato le Divine Scritture come il corpo stesso del Signore non mancando mai, soprattutto nella sacra Liturgia, di nutrirsi del Pane della vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo e di porgerlo ai fedeli” (ibid.). Nella Sacra Scrittura, dunque, così come nell’eucaristia, la Chiesa riconosce, trova, incontra, accoglie e assimila il Corpo del Signore e quindi si edifica essa stessa come tale. Non siamo quindi di fronte a una scelta libera e facoltativa che qualcuno, spinto da un’esperienza personale significativa, può legittimamente fare all’interno della fede cristiana. Siamo di fronte a una struttura portante che decide dell’autenticità dell’esperienza cristiana. Il cristianesimo, infatti, non nasce da una ricerca umana di Dio, non deriva dai desideri che ci portiamo nel cuore e ai quali tentiamo di dare una risposta. Nasce, il cristianesimo, dalla ‘decisione’ libera di Dio di venire in cerca dell’uomo, di rivelarsi a lui, di chiamarlo a un’esperienza di comunione con Lui, di renderlo partecipe della vita divina stessa: “Piacque a Dio, nella sua bontà e sapienza, rivelare Se stesso e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo, hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura” (DV 2 = EV 873).
3. Parola di Dio e risposta dell’uomo Insomma, la qualità specifica dell’esperienza cristiana è quella che Giovanni descrive nell’ultimo versetto del Prologo al suo vangelo: “Dio, nessuno lo ha mai visto; ma l’Unigenito Figlio che esiste rivolto verso il seno (l’amore) del Padre, lui ce lo ha rivelato” (Gv 1,18). Siamo convinti che il cristianesimo non nasce dalla proiezione fuori di noi dei nostri desideri o delle nostre paure, ma dall’amorevole, libero venirci incontro di Dio nella sua parola. “Non siamo stati noi ad amare Dio, scrive sempre Giovanni nella sua prima lettera, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). Un’affermazione come questa suppone che non siamo stati noi a cercare Dio, ma è Dio che ha cercato noi; che a noi viene chiesto di ‘lasciarci trovare’, rispondendo alla ricerca di Dio con la nostra fede. Parola di Dio che chiama e fede che risponde si saldano insieme in un unico avvenimento; e solo su questo fondamento può crescere sano l’edificio della vita e dell’esperienza cristiana. L’uomo è fatto per trascendere se stesso e lo fa attraverso una conoscenza corretta della realtà, attraverso l’assunzione libera di una responsabilità morale, attraverso l’amore verso se stesso, verso gli altri e verso Dio. In questo movimento illimitato di crescita sta la sua identità più vera. Ebbene, con la sua rivelazione, Dio illumina questo cammino e lo dirige verso il suo amore in modo che la nostra ignoranza sia superata dalla sua sapienza, il nostro egoismo e le nostre passioni siano bruciate dal suo amore e il nostro cammino di ‘umanizzazione’ e ‘divinizzazione’ possa procedere ben orientato, lucido, spedito.
4. Struttura della lettera Ecco il perché di questa lettera. Cercherò anzitutto di riflettere sul mistero della parola di Dio e sul modo corretto di comprenderlo e di viverlo. Poi, nella seconda parte, cercherò di offrire alcune indicazioni concrete che possano arricchire la nostra azione pastorale. Infine, proporrò la contemplazione di Maria Santissima come modello della Chiesa che ascolta la parola. Vorrei che questa lettera fosse pensata come una lettera ‘aperta’: essa lancia alcune proposte, ma toccherà alle diverse comunità cristiane assumerle, viverle, verificarle. E l’esperienza ci aiuterà a formulare meglio le nostre convinzioni, a rilanciare altre proposte per crescere verso il Signore con il massimo di desiderio e di fedeltà.
I - L’AZIONE DELLA PAROLA DI DIO NELLA STORIA
5. Una traccia dal libro di Isaia Il cap. LV del libro di Isaia termina con queste parole: “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza avere operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,10-11). Queste parole vanno collegate e confrontate con l’inizio del cap. XL dove si legge: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e ditele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità” (Is 40,1-2). Gli esegeti, infatti, ci dicono che i capp. 40-55 del libro di Isaia costituiscono una sezione coerente, con un suo messaggio specifico. Siamo al tempo dell’esilio in Babilonia e un profeta viene mandato da Dio per annunciare agli esuli la fine della schiavitù, il ritorno in patria. Se uno legge i capitoli che vanno dal XL al LV, vede svolgersi davanti ai suoi occhi un messaggio di consolazione che intende rincuorare un popolo avvilito e insegnargli a guardare avanti, verso l’opera di salvezza che il Signore sta per compiere: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19).
6. Una condizione di povertà: l’esilio Dobbiamo fare uno sforzo per cercare di capire che cosa abbia significato questa esperienza – l’esilio – per il popolo d’Israele. Non era solo un’esperienza di miseria e di servitù; era una vera e propria catastrofe: la distruzione di tutte le istituzioni che garantivano l’identità del popolo, la fine di tutte le speranze e di tutte le attese che avevano sostenuto Israele nella sua storia. La condizione spirituale degli esiliati, il loro avvilimento, è espresso nel modo più chiaro dalle parole che il profeta Ezechiele ha colto sulla loro bocca: “Le nostre ossa sono inaridite – dicono – la nostra speranza è svanita; siamo perduti!” (Ez 37,11). Queste parole corrispondono esattamente a una impressionante visione del profeta: una valle immensa – come le interminabili pianure di Babilonia – piena di ossa: ossa secche, che non conservano più nessuna traccia della vita che hanno vissuto (Ez 37,1-10). Queste ossa, sembra dire la visione, sono gli esuli. Eppure a loro viene mandato un profeta e, attraverso il profeta, una parola di Dio. È proprio a questa parola che fa riferimento il brano da cui siamo partiti: è parola di consolazione che viene da Dio; Dio l’ha pronunciata e fatta giungere sulla terra; dunque, quello che la parola ha annunciato si verificherà; la storia non potrà che prendere atto della volontà di Dio e darle esecuzione. Gli esuli possono riprendere coraggio; debbono aprirsi alla promessa, debbono prepararsi al ritorno. Non avvenga che il ritorno, quando s’avvierà, li trovi pigri o sfiduciati o inerti.
7. La parola di Dio, promessa di salvezza Ecco allora quello che sta succedendo. Il popolo d’Israele si trova in esilio in Babilonia; Dio dirige agli esuli una parola attraverso il profeta; è una parola di promessa che annuncia il ritorno in patria. Nel cuore di coloro che credono alla parola di Dio si forma un germe di speranza che purifica i loro cuori dalla rassegnazione e dall’avvilimento. Quando Ciro di Persia, dopo aver conquistato Babilonia, darà agli esuli il permesso di ritornare, quelli che avranno custodito la speranza si metteranno in cammino. Come i loro antenati avevano marciato attraverso le acque del mar Rosso, essi marceranno illesi attraverso il deserto; si rinnoverà per loro il prodigio della salvezza operato da Dio a favore dell’uomo, del popolo: “Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi” (Is 43,21). Credo che il testo di Isaia ci possa aiutare a entrare nel mistero della parola di Dio, a coglierne il vigore e la forza. La parola di Dio entra nella storia e le imprime una direzione nuova, chiude vecchie strade e ne apre di nuove; in ogni modo dirige la storia verso un traguardo che può essere definito come ‘salvezza’. Quando la parola di Dio entra nella storia e trova l’ascolto della fede, l’uomo diventa collaboratore di Dio e attore del suo disegno di vita, la storia si trasforma in storia di salvezza, la speranza diventa dimensione permanente e incancellabile degli avvenimenti. “Come la pioggia e la neve…”. Pioggia e neve scendono dal cielo, irrigano i campi e li rendono fecondi, riforniscono sorgenti sotterranee che garantiranno l’acqua necessaria alla vita. I campi non sono più come prima e l’uomo ha una sicurezza nuova. Esattamente questa è l’opera della parola di Dio: entra nella storia e dà alla storia del mondo una forma nuova. Quale? Le Parole di Dio, che la tradizione di Israele e della Chiesa ci conservano, sono molte e diverse: accanto alle promesse ci sono parole di minaccia che sollecitano alla conversione, parole di consolazione che rinnovano il coraggio, annunci di perdono che riaprono la speranza; ci sono comandamenti che chiedono l’obbedienza e pongono l’uomo di fronte alla scelta tra il bene e il male, la vita o la morte; ci sono istruzioni che vogliono rendere l’uomo saggio e capace di orientarsi in quella foresta intricata che è la vita. Insomma, la parola di Dio assume tutta la ricchezza della comunicazione interpersonale, pone l’uomo di fronte al volto di Dio e intesse una relazione tra Dio e l’uomo. L’uomo continua a vivere la sua esistenza nel mondo, nel tempo, insieme agli altri; ma ora vive davanti a Dio, in comunione con Lui, in collaborazione con Lui, rispondendo in questo modo alla vocazione iscritta nella sua stessa esistenza.
8. La salvezza rivelata in Cristo Abbiamo detto che la parola di Dio vuole condurre verso la salvezza. È questa una parola sintetica che riassume tutto; ma che cosa in concreto? Come dobbiamo pensarla? La salvezza è davvero l’obiettivo primario che l’uomo si possa/si debba proporre? Una promessa di salvezza è davvero tale da poter affascinare l’uomo di oggi e da muovere efficacemente il suo desiderio, le sue decisioni? La lettera agli Ebrei inizia così: “Dio, che aveva già parlato molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato” (Eb 1,1-4). Questo straordinario prologo contiene in breve una ‘storia’ della parola di Dio; parola molteplice (Dio ha parlato molte volte) e varia (Dio ha parlato in diversi modi); parola che è giunta a noi attraverso una lunga serie di profeti (Mosè, Isaia, Geremia, Ezechiele…). Ora, però, è accaduto qualcosa di nuovo: Dio ci ha parlato attraverso il Figlio: la molteplicità dei profeti culmina in un unico, definitivo rivelatore; la varietà delle parole è condensata nell’esperienza concreta di una persona, nella sua vita e nella sua morte. Questo Figlio sta all’inizio del mondo (il mondo è stato fatto per mezzo di lui e quindi porta il suo sigillo) e sta nello stesso tempo al traguardo della storia (è erede di tutte le cose). Si può dire, perciò, che il Figlio contiene in sé il mistero del mondo e dell’uomo, il senso della creazione e della storia. Da una parte, infatti, egli porta in sé, nella sua umanità, l’impronta di Dio: è glorioso della gloria di Dio; i suoi pensieri e le sue azioni sono plasmati secondo la forma di Dio. Dall’altro canto egli ha compiuto nel mondo un cammino unico ed esemplare: ha realizzato la purificazione dei peccati presentando a Dio una vita perfetta nell’obbedienza e nell’amore; in questo modo egli “si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli” (Eb 1,3). È entrato, cioè, con la sua umanità, nel mistero della vita di Dio; ha portato un frammento del nostro mondo e della storia umana alla pienezza di vita, appunto la vita di Dio.
9. Un’esistenza umana aperta a Dio Questo intendiamo anzitutto col termine ‘salvezza’. Il nostro mondo porta in sé le stigmate del limite e dell’incompletezza; la nostra vita va irrimediabilmente verso la morte e in questo cammino è segnata da esperienze che sono anticipi della morte stessa: malattia, vecchiaia, solitudine, ignoranza, stupidità, cattiveria… sono segni inequivocabili del nostro limite e ci pongono davanti impietosamente la figura della morte come ultimo atto della nostra storia. Eppure, nel caso di Gesù, il cammino verso la morte è diventato in realtà cammino verso la pienezza di vita (“si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli”). È veramente uomo, il Risorto, ma partecipa della vita di Dio; è ‘sangue e carne’ come noi ma ha attraversato i cieli per sedere alla destra della gloria di Dio: questo, nell’essenza, intendiamo col termine ‘salvezza’. Non un cambiamento di natura, una trasformazione magica in una natura diversa; piuttosto un’esistenza pienamente umana, ma proprio per questo vissuta al cospetto di Dio e in comunione con Lui, rispondendo a Lui, operando secondo la sua volontà. E perciò un’esistenza che, aprendosi al mistero di Dio, diventa partecipe di questo stesso mistero fino a partecipare della sua vittoria sulla morte. È sempre la lettera agli Ebrei che c’invita a “correre con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce disprezzando l’ignominia e si è assiso alla destra del trono di Dio” (Eb 12, 1-2).
10. Parola di Dio e desiderio dell’uomo Gesù di Nazaret, nella sua avventura storica che culmina nel mistero pasquale, riassume in sé tutte le parole di Dio e le porta a pienezza; assume la condizione umana e la porta a perfezione; è partecipe della realtà del mondo e la conduce fino a Dio. In questo modo ci viene svelato in pienezza il dinamismo della parola di Dio: è parola che, provenendo da Dio, vuole incrociare il cammino del mondo, cerca di trasformarlo perché il mondo assuma la forma di Dio (la forma dell’amore), tende a fare entrare il nostro mondo (limitato, effimero, opaco) dentro al mondo di Dio (completo, duraturo, luminoso). La parola di Dio ottiene questo non in modo magico, attraverso formule segrete o meccanismi automatici. L’ottiene piuttosto suscitando nell’uomo il desiderio, la fede, la decisione, l’impegno fino al dono di sé nell’amore. In questo modo la parola di Dio non ci allontana da noi stessi, non ci porta a diventare angeli; piuttosto rende operante nel modo più profondo quell’apertura al reale (a tutta la realtà) che è iscritta nella nostra condizione umana e che ci porta a conoscere e amare senza limiti. Lo notava già il Qohelet quando scriveva: “Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire” (Qo 1,8). Per lui, saggio che osserva il mondo, questa insoddisfazione incurabile dell’uomo era un segno della sua miseria: l’uomo, dice, non riesce a trovare mai requie; ogni traguardo raggiunto mette in moto altri desideri e altri cammini, senza fine; siamo quindi condannati a desiderare ciò che non potremo mai raggiungere: “Vanità delle vanità, dice Qohelet; vanità delle vanità; tutto è vanità” (Qo 1,2). In realtà, questa inquietudine è segno di un’apertura illimitata alla realtà, di un desiderio che si placa solo nel tutto, in Dio. Insomma, conducendoci a Dio, la parola di Dio ci conduce al compimento della nostra natura umana, ci conduce alla pienezza cui non riusciamo mai a rinunciare. In questo senso non possiamo rinunciare alla ‘salvezza’ perché questa, paradossalmente, coincide con il compimento del dinamismo che abbiamo in noi, anzi che siamo noi stessi.
11. Gesù, pienezza di umanità secondo il disegno di Dio Dunque le tante e diverse parole che Dio ha rivolto all’uomo nella storia trovano in Gesù la loro pienezza: Gesù è il ‘sì’ di Dio a tutte le sue promesse (1Cor 1,20), è la riconciliazione che Dio offre all’uomo peccatore (2Cor 5,19), è l’offerta di pace con cui Dio supera tutte le divisioni dell’umanità e crea l’uomo nuovo (Ef 2,14), è la volontà di Dio incarnata in un’esistenza umana concreta anziché scritta su due tavole di pietra… Potremmo continuare a lungo per descrivere come la parola di Dio trova nell’uomo Gesù la sua espressione piena e definitiva. Tutto questo significa una cosa precisa e cioè che l’effetto che Dio vuole raggiungere con la sua parola, il frutto, il risultato è riassunto in Gesù Cristo. Gesù è un frammento di mondo, fatto di materia del mondo come ogni uomo; è un piccolo frammento della storia umana che si colloca concretamente al tempo di Augusto e di Tiberio. Ma in Gesù spazio e tempo, pensieri e azioni hanno assunto la forma precisa di Dio, della sua volontà.
12. La forma di Cristo nella vita dell’uomo Siamo partiti dicendo che la parola di Dio è efficace; la sua efficacia si dimostra con la trasformazione del mondo che essa produce. Come diceva Isaia, la parola di Dio non torna a Lui senza avere operato ciò che Dio desidera e senza aver compiuto ciò per cui l’ha mandata. Ma che cos’è che Dio desidera? Gesù Cristo. Per quale obiettivo Dio manda nel mondo la sua parola? Ancora: Gesù Cristo. Gesù Cristo è il mondo che è stato plasmato dalla volontà di Dio, è un uomo che corrisponde in tutto alla volontà di Dio. È così profonda la comunione tra Gesù e Dio che il modo corretto di esprimerla è chiamare Gesù ‘Figlio di Dio’ e chiamare Dio il ‘Padre del Signore nostro Gesù Cristo’. In concreto, dunque, quello che la parola di Dio vuole ottenere è che il mondo prenda la forma di Gesù. Lo diceva san Paolo quando scriveva ai Galati: “Figliolini miei, che io partorisco di nuovo finché non sia formato in voi Cristo!” Il desiderio di Dio è che Gesù sia il primogenito di una moltitudine di fratelli (Rm 8,29) e cioè che la moltitudine degli uomini prenda progressivamente la forma di Gesù. Ma che cos’è questa ‘forma di Gesù’? Detto con un’unica espressione è la forma di ‘figlio’; questo significa un’esistenza vissuta nella fiducia radicale in Dio, nell’obbedienza piena alla sua volontà, nella somiglianza progressiva con Dio. L’espressione può sembrare esagerata; in realtà è quello che il vangelo chiede esplicitamente quando dice: “Siate voi dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Il contesto dice chiaramente che questa ‘perfezione’ consiste nell’amore oblativo e cioè nell’amore che si rivolge agli altri non solo rispondendo al loro amore, ma anche vincendo il loro odio. È amore che si dilata fino a raggiungere i nemici: è l’amore con cui Dio ama; è l’amore con cui ha amato e perdonato Gesù, figlio di Dio, è l’amore con cui tutti gli uomini sono chiamati ad amare per essere realmente figli di Dio in Gesù Cristo. Potremmo continuare con gli esempi, ma non è necessario; si capisce bene che la parola di Dio ha fatto Gesù Figlio di Dio nella storia e vuole fare di noi dei figli di Dio nella storia. Questo sarà il compimento della nostra vocazione.
13. Gesù, mistero del mondo e della storia Anzi, questo sarà il compimento della vocazione del mondo intero. Se Dio ha fatto scaturire la luce dalle tenebre, se ha popolato la terra con piante e animali, se ha voluto quel processo straordinario che costruisce la storia della vita sulla terra, lo scopo finale è che nel mondo nasca una creatura che Dio può considerare suo figlio e alla quale può donare la partecipazione alla sua vita e alla sua gioia. Lo esprime meravigliosamente san Paolo quando dice che “la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio…[essa] nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,19-21). Insomma, la trasformazione dell’uomo secondo la forma dei figli di Dio procura, nello stesso tempo, la trasformazione della natura (perché l’uomo è fatto di terra) e la trasformazione della storia (perché l’uomo vive nel tempo) secondo il disegno di Dio. Questa trasformazione è già avvenuta in Gesù, ma deve avvenire in tutti noi. La storia umana diventa ‘Storia di salvezza’ nella misura in cui avviene questa trasformazione, nella misura quindi in cui la parola di Dio trasforma l’uomo e, attraverso l’uomo, il cosmo intero.
14. Imitazione di Gesù Ma come avviene questa trasformazione? Come avviene che noi possiamo ricevere e assumere la forma di Gesù? Gesù, l’abbiamo detto, è la parola di Dio fatta carne; è l’amore del Padre tradotto in parole e gesti umani, in vita e morte umana. A noi viene chiesto di accogliere quella parola che è Gesù e di lasciare che la nostra vita prenda la sua forma. Come? Attraverso l’imitazione; Gesù è un modello che noi guardiamo e ammiriamo. Se questo sguardo diventa ricco di desiderio, la contemplazione di Gesù produce pensieri e decisioni nuove che ci portano a imitare Gesù. Non parlo di un’imitazione esterna, secondo il modo esteriore di vivere; ma di un’imitazione interiore, fatta di partecipazione al modo di sentire di Gesù. Esempio: Gesù “è venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita come riscatto per la moltitudine.” Imitare Gesù significa non cercare i posti di potere o di prestigio ma farsi servo di tutti (Mc 10). Oppure ascoltiamo l’esortazione di Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5). È evidente che l’imitazione nasce dall’amore, dal riconoscimento del valore incomparabile di Gesù e della sua vita. Allarghiamo l’immagine: l’imitazione deve portare a osservare la parola di Gesù, a prenderla sul serio e a cercare di praticarla nella propria vita. Ce lo ricorda san Giovanni: “Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: ‘lo conosco’ e non osserva i suoi comandamenti è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice di dimorare in Cristo deve comportarsi come lui si è comportato” (1Gv 2,3-6).
15. L’azione del Risorto nel mondo Ma non è tutto. Gesù non è solo uno straordinario modello che affascina e muove all’imitazione. Gesù è risorto, è un vivente che continua a parlare e a operare con la sua parola e il suo Spirito. Nella prima lettera ai Corinzi san Paolo parla del Cristo risorto come ultimo Adamo divenuto ‘spirito datore di vita’ (1Cor 15,45). Il significato è che da Cristo risorto scaturisce una fonte di vita (il suo Spirito) capace di rinnovare il mondo. C’è un’umanità che deriva da Adamo e questa umanità è caratterizzata dalla debolezza e dal peccato; ma c’è un’umanità nuova che deriva dalla forza del Cristo risorto e questa umanità nuova è caratterizzata dallo Spirito di Dio che dirige e conduce verso Dio stesso. Similmente la lettera agli Efesini presenta l’immagine di Cristo glorificato alla destra di Dio ‘per riempire tutte le cose’ (Ef 4,10) e cioè per comunicare a ogni creatura la sua pienezza di vita. Tutto il senso della storia della Chiesa nel mondo è quello di arrivare “allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13). Un mondo che ‘corrisponda’ al mistero di Cristo, dunque; che sia così profondamente trasformato dall’amore che Cristo appaia in esso non una realtà estranea ma il senso e il compimento di tutto. Ora, questa trasformazione del mondo proviene dall’azione incessante ed efficace del Signore risorto stesso: “da lui che è il capo, Cristo… tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef 4,15-16). Insomma il Risorto continua, in un modo nuovo, la sua presenza nella storia; anzi, l’efficacia di questa presenza è ora maggiore proprio perché il mistero del Risorto non è localizzato in un unico luogo, ma si fa presente ovunque e sempre attraverso la parola, i sacramenti, il ministero, la comunità cristiana stessa. Dunque: Dio ha pronunciato una parola; questa parola è efficace e cambia il mondo e la storia secondo il disegno di amore di Dio. Le diverse parole che Dio ha pronunciato attraverso i profeti si riassumono e si compiono in Gesù di Nazaret. È Lui la parola (il Verbo) fatta carne; è l’amore di Dio tradotto in gesti umani; è un frammento del mondo sul quale Dio esercita il suo potere di libertà e di misericordia; è un segmento della storia che anticipa e compie in pienezza il disegno di Dio di modo che la storia va verso Cristo. Questo cammino dell’umanità non si compie però in modo meccanico, anonimo, fatale; si compie attraverso la fede degli uomini. Dove la parola che Dio pronuncia trova l’accoglienza disponibile della fede, lì la parola s’incarna (come si è incarnata in Maria a motivo della sua fede) e lì il mondo prende la forma di Dio. Tutto sta, quindi, nell’ascolto della parola (di Gesù Cristo) e nella docilità alla parola (l’obbedienza della fede). Ma la parola di Dio è entrata nella storia due-tre millenni fa; come incontrarla oggi, in un mondo così diverso, che affronta problemi nuovi, che possiede strumenti inediti, di un’efficacia sorprendente?
16. La missione della Chiesa I vangeli, nei quali è narrato il percorso della parola di Dio (Gesù) nel mondo, terminano tutti con il comando di missione: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura”(Mc 16,15); “Andate e fate discepole tutte le nazioni” (Mt 28,19); “Saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,47); “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21). Il significato è che l’avventura di Gesù, nella quale la parola di Dio si è fatta carne, non è terminata; la missione deve dilatare quell’esperienza fino ai confini della terra in modo che l’umanità intera sia plasmata dalla parola di Dio. È la missione dei discepoli e, attorno a loro, della Chiesa intera. Ma questa missione suppone, evidentemente, che la parola di Dio non sia scomparsa dalla storia; che sia possibile anche per l’uomo di oggi ascoltarla e viverla. Come dobbiamo pensare questa ‘attualità’ della parola? Ci aiutano anzitutto i vangeli. Quello di Matteo, ad esempio, che termina con la promessa di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20), o quello di Marco che nota come il Signore risorto operasse insieme ai discepoli e confermasse la loro parola con i prodigi che l’accompagnavano” (Mc 16,20). A sua volta il vangelo di Luca termina nella promessa dello Spirito Santo – lo Spirito che ha riempito e guidato Gesù – di modo che la conversione e il perdono dei peccati possano essere compiuti “nel nome di Gesù” (Lc 24,49). Infine Giovanni narra l’apparizione di Pasqua come un evento ‘fondante’ che struttura tutta l’esistenza della Chiesa nel tempo: alla paura iniziale dei discepoli subentra la loro gioia che nasce dal riconoscimento che Gesù è presente (Gv 20,19ss). Si compie così la promessa: “Voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,22-23). Insomma, tutto il Nuovo Testamento è lì per annunciare che Gesù è un vivente; che la morte ha solo mutato il modo della sua presenza e, lungi dal cancellare l’umanità di Gesù dal tessuto della storia, ha reso la sua presenza ancora più ampia e profonda. Con la sua risurrezione Gesù è diventato ‘Spirito vivificante’ e il raggio della sua azione si è ampliato raggiungendo tutta l’umanità.
17. Le parole ‘risorte’ di Gesù Quando diciamo che Gesù è risorto, dobbiamo ricordare che questa risurrezione riguarda la sua umanità in tutta l’integrità e interezza. Nel mistero di Gesù risorto sono presenti tutte le sue parole, tutte le sue azioni (i miracoli), le relazioni umane che ha vissuto, le sofferenze, la passione che ha sopportato, la morte stessa. Nel Signore vivente tutto questo complesso di realtà che ha costituito la vita terrena di Gesù è risorto ed è diventato eternamente presente. Quando ascolto la proclamazione: “Beati i poveri in spirito” non ascolto solo una frase che è stata pronunciata duemila anni fa; ascolto una parola che è presente nel mistero di Gesù risorto; ascolto quindi una parola che oggi Gesù Signore rivolge a me, alla mia comunità, alla Chiesa, a tutti gli uomini. Quando leggo la guarigione del cieco nato, quella parola mi pone in comunicazione con Gesù, luce del mondo, che oggi illumina la nostra vita collocandola nell’orizzonte della rivelazione dell’amore di Dio, ci fa passare dalle tenebre alla luce. Quando leggo la narrazione della passione, posso sì ripercorrere la via dolorosa con le sue diverse stazioni, ma, più profondamente, incontro oggi la forza invincibile dell’amore di Dio che si confronta con il peccato dell’uomo e lo vince con il perdono. E così via. La risurrezione di Gesù rende perennemente attuale tutto quello che ha contribuito a ‘dare forma’ all’uomo Gesù, quindi le sue parole e i suoi gesti. Ma, dovremmo continuare, nel Cristo risorto è presente anche tutto l’Antico Testamento perché, come abbiamo ricordato, Gesù è il compimento di tutte le parole di promessa che costituiscono la storia di Israele. Quando leggiamo Mosè o Davide, o Isaia o anche il Qohelet cogliamo alcuni lineamenti del volto di Gesù, ne comprendiamo la ricchezza e la forza, impariamo ad ascoltare con docilità quella parola che è stata seminata in noi e che può salvare le nostre anime (cfr Gc 1,21).
II - L’EVENTO DELLA PAROLA DI DIO NELLA VITA DELL’UOMO
18. Nell’eucaristia Insomma: la parola di Dio fatta carne in Gesù è diventata eterna nella gloria del Padre; è quindi parola eternamente presente all’uomo. Questa parola si fa evento nella vita della Chiesa ogni volta che essa viene proclamata, ascoltata, pregata, vissuta. Questo avviene in tempi e modi diversi che bisogna comprendere e apprezzare secondo le caratteristiche di ciascuno. Il massimo di attuazione della parola è, naturalmente, quello che si compie nella celebrazione dell’eucaristia. Il motivo è evidente. L’eucaristia contiene, nel sacramento del pane e del vino, il gesto supremo di amore con cui Gesù ha donato la sua vita per noi, si è chinato a lavare i nostri piedi, ci ha riconciliato col Padre, ha stabilito la nuova ed eterna alleanza. In questo senso l’eucaristia contiene tutto il senso della Bibbia, anzi tutto il senso del cosmo. Il pane spezzato e il vino versato (che sono frutto della terra ma anche del lavoro dell’uomo), per la potenza dello Spirito Santo, diventano il corpo di Gesù offerto per noi e per l’umanità intera. Non può esserci rivelazione più grande dell’amore di Dio per noi e non può esserci svelamento più chiaro del nostro peccato e del bisogno che abbiamo di essere perdonati. La Bibbia non fa altro che esprimere attraverso una lunga narrazione e una molteplicità di parole quello che la croce di Gesù dice in un unico, totale gesto di amore. Per questo, quando la parola di Dio viene annunciata nell’eucaristia, essa possiede il massimo di forza, comunica l’energia dell’amore di Dio, muove alla conversione e rigenera alla vita nuova che è appunto vita in Cristo, nell’amore di Dio. Nell’eucaristia è convocata la Chiesa (in concreto una piccola porzione di Chiesa, ma in comunione col Vescovo, col Papa e quindi con tutta la Chiesa cattolica; per questo in ogni piccola comunità che si raccoglie si attua il mistero della Chiesa intera – una, santa, cattolica, apostolica). Infine nell’eucaristia si invoca lo Spirito Santo perché operi la cristificazione delle offerte (cioè trasformi il pane e il vino nel corpo di Cristo donato, nel suo sangue versato per noi) e operi, nello stesso tempo, la cristificazione dei presenti (cioè la trasformazione delle persone in membra dell’unico corpo di Cristo). È chiaro che, in questo contesto (memoria sacramentale della Pasqua – invocazione dello Spirito – assemblea della Chiesa) la forza della parola di Dio è massima; essa si esprime col massimo di attualità. Partendo dall’eucaristia si possono intendere anche le altre forme di attuazione della parola di Dio. Ad esempio, nella celebrazione di tutti i sacramenti. È regola della Tradizione ecclesiastica che non si celebri un sacramento senza annuncio – almeno implicito – della parola di Dio. Questo perché il sacramento non è azione ‘magica’, ma azione reale del Cristo risorto. La parola che sta nella celebrazione, insieme ai gesti che vengono compiuti, costituisce un ‘sacramento’, un’azione di Cristo, richiama il significato di quanto viene compiuto e rende quindi attuale la parola eterna. La differenza tra l’eucaristia e gli altri sacramenti definisce anche la differenza della proclamazione della parola; il legame tra gli altri sacramenti e l’eucaristia garantisce il legame tra i diversi momenti e le diverse modalità dell’annuncio. Ma in tutti i sacramenti si compie quello che è lo scopo di tutta l’economia sacramentale: l’inserimento dell’esistenza umana concreta nel mistero vivo di Cristo in modo che la nostra esistenza assuma la forma di Gesù e diventi, perciò, pur con tutti i nostri limiti, incarnazione autentica della parola di Dio: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto…” (Gv 15,5).
19. Nelle liturgie della parola A un secondo livello possiamo collocare tutte le forme comunitarie di celebrazione della parola, da quelle compiute in chiesa, ai gruppi di vangelo tenuti nelle case. Anche qui la parola si attua con particolare energia perché è proclamata in un’assemblea, più o meno ampia, ed è accompagnata dalla preghiera. La dimensione comunitaria è originaria e quindi essenziale alla parola; la parola di Dio, infatti, intende rivolgersi a ogni persona, fare appello alla sua libertà, chiedere la sua risposta, ma tutto questo in vista dell’edificazione del popolo di Dio e cioè per raccogliere insieme le diverse persone, le diverse culture e farne l’unica, varia famiglia dei figli di Dio. È evidente, allora, che quando la parola è proclamata davanti a un’assemblea, essa compie più pienamente la sua ‘via’; il fatto di ascoltare insieme e di rispondere insieme costituisce già un legame autentico tra le persone, le ‘edifica’ come corpo di Cristo. Similmente, quando l’accostamento alla parola è fatto in un contesto di preghiera, si attuano le due dimensioni del dialogo di fede con Dio: l’ascolto (Dio ci dirige una parola e noi l’accogliamo nella fede) e la risposta (noi ci rivolgiamo al Signore e lo preghiamo insieme con altri credenti). Questa duplice dimensione è tradizionale nella vita spirituale cristiana. San Cipriano scriveva a Donato così: “Sii assiduo ora alla preghiera, ora alla lettura. Ora parla con Dio, ora Dio con te. Egli ti istruisca nei suoi precetti, egli ti formi” (Ad Donatum 15). A sua volta il Concilio, citando sant’Ambrogio, esorta: “La lettura della Sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo; poiché ‘gli parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini’.” (DV 25 = EV 908). L’importanza della preghiera nell’accostamento della parola di Dio dev’essere capita bene. Ascoltare la parola di Dio significa ascoltare Dio che ci parla. Non è in gioco solo un contenuto intellettuale che cerchiamo di capire, ma un Tu col quale entriamo in rapporto; diventa allora evidente che il dialogo io-Tu, uomo-Dio è il vero obiettivo della parola. Solo quando questo dialogo si compie la parola raggiunge il suo scopo. La preghiera non è dunque un’aggiunta devozionale, esterna all’ascolto della parola; ne è la continuazione corretta e dovuta. Non per niente, durante l’eucaristia, la Chiesa c’insegna a pregare col ‘salmo responsoriale’: rispondiamo alla parola che abbiamo ascoltato con una parola orante dell’assemblea.
20. Nella lectio divina Terzo livello: la lectio divina e cioè la lettura personale della Scrittura accompagnata dalla meditazione e dalla preghiera. Il termine lectio divina si riferisce di per sé a un metodo preciso di accostamento orante alla Bibbia fatto di lettura, meditazione, contemplazione e preghiera; e forse varrebbe la pena tornare a questo significato originario. Di fatto, però, l’espressione viene oggi usata per indicare approcci diversi al testo biblico, accomunati, però, dal legame con la preghiera. Per questa forma di accostamento vale quindi quello che abbiamo ricordato appena sopra.
21. Nella lettura e studio personale Infine, a un quarto livello, vanno collocate tutte le forme di accostamento personale alla Bibbia sotto forma di lettura semplice o di studio accurato. Qui si può pensare che l’attuazione della parola di Dio sia meno intensa perché si tratta di una lettura privata e non pubblica, di un accostamento letterario e storico al testo senza un riferimento esplicito alla preghiera. Questo non significa, però, che questo accostamento sia secondario o trascurabile perché tutte le altre forme di ascolto sono nutrite e arricchite proprio dalla lettura personale e dallo studio.
22. Sintesi Insomma, quello che volevo dire è, in fondo, una cosa semplicissima ma, mi sembra, preziosa da ricordare: le forme di accostamento al testo biblico sono molte e varie. In ciascuna di queste forme la forza spirituale della parola di Dio si attua in modi e intensità diverse. Quanto più immediato è il riferimento al mistero di Cristo, quanto più intenso è il senso della Chiesa, quanto più ‘orante’ è l’atteggiamento di chi ascolta, tanto più intensa è l’energia spirituale che scaturisce dalla parola. Da questa riflessione, però, lo ripeto, non si deve dedurre che basti l’annuncio della parola nell’eucaristia perché lì la intensità è massima; che le altre forme possano essere omesse perché meno ‘complete’ nella loro realizzazione. L’uomo non vive solo dei gesti più intensi dell’amore; anzi, questi stessi gesti, perché siano autentici, debbono essere preceduti, accompagnati e verificati da mille altri gesti, meno intensi ma che coinvolgono tutte le dimensioni dell’esistenza umana. Lo stesso vale esattamente per la parola di Dio. Può sembrare, ad esempio, che lo studio abbia meno valore rispetto a un incontro comune di preghiera (un gruppo di vangelo). Ma è vero che solo lo studio può aiutarmi a comprendere correttamente il significato preciso di un testo; e siccome la parola di Dio si attua in testi significativi è essenziale per noi non interpretare i testi secondo quello che ci viene in mente, ma secondo quello che i testi vogliono davvero dire: è questo quello che Dio ‘aveva in mente’ e voleva comunicarci. Sarebbe arroganza pretendere di capire tutto senza fare lo sforzo di studiare con oggettività; e sarebbe manipolazione della parola di Dio pretendere che sia ‘vera’ la prima interpretazione che mi viene in mente. Certo, non tutti possono studiare ebraico e aramaico e greco e fare uno studio scientifico della Bibbia. Proprio per questo ci sono nella Chiesa persone che dedicano la loro vita allo studio. Il loro lavoro è personale, ma è al servizio della Chiesa e aiuta anche chi non ha il tempo o la possibilità di studi approfonditi. Rimane il fatto che non si può prescindere dallo studio se si vuole fare un accostamento serio alla Bibbia. In modo simile i gruppi di vangelo non sono ‘liturgia’ in senso proprio e quindi hanno un minore spessore ecclesiale; tuttavia essi svolgono un’azione che nella liturgia è più difficile: permettono la creazione di legami di riconoscimento tra tutti i membri del gruppo, favoriscono il comunicarsi a vicenda le proprie esperienze di fede, aiutano a confrontare la parola con esperienze concrete di vita. Infine, la semplice lettura della Bibbia, continuata con fedeltà un giorno dopo l’altro, apparentemente povera nei suoi contenuti, è indispensabile per produrre una familiarità crescente col testo; e così via. Abbiamo ricordato questi diversi livelli di ‘attuazione’ della parola non per fare una classifica e svalutare alcune forme rispetto ad altre, ma per cogliere la pluralità degli approcci necessari perché, attraverso diverse e complementari forme di accostamento, l’ascolto sviluppi al massimo le sue potenzialità.
III - SCELTE PASTORALI
A questo punto posso indicare alcune scelte pastorali che favoriscano l’azione efficace della parola di Dio nella nostra Chiesa.
23. Celebrare la parola Il primo punto, naturalmente, riguarda la liturgia della parola; nell’eucaristia, anzitutto, ma anche nella celebrazione degli altri sacramenti. Qui, l’abbiamo ricordato, l’annuncio della parola ha il massimo di efficacia; a noi tocca non ‘frustrare’ questa energia spirituale con una celebrazione sciatta, che non manifesta la presenza del Signore. Si tratta, anzitutto, di ‘celebrare’; non semplicemente di leggere un brano della Bibbia, ma di accogliere con stupore, gioia, riconoscenza, docilità, fede, la parola che al Signore piace inviarci. La liturgia della parola è un evento, qualcosa che succede; vi sono coinvolti tutti: l’assemblea, il celebrante, i diversi ministri (diacono, lettore, salmista, accoliti, coro…). L’essenziale è che appaia quello che avviene: il Signore ha convocato la sua comunità e instaura con essa un dialogo di comunione e di amore.
24. La proclamazione del vangelo Per comprendere partiamo dall’annuncio del vangelo che è il punto culminante di questa liturgia. S’inizia con un piccolo dialogo: “Il Signore sia con voi!” “E con il tuo Spirito.” “Dal vangelo secondo…” “Lode a Te, o Cristo.” Serve, questo dialogo, a ‘svegliare la comunità’ e renderla consapevole di quanto sta avvenendo. Gesù ha promesso che “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Se questa promessa si compie in momenti diversi, si compie anzitutto qui e l’assemblea ne deve essere consapevole. Dunque: Il Signore sia con voi! Il Signore risorto, vivente, dalla cui bocca esce una spada affilata a doppio taglio (Apc 1,16), che siede sul trono di Dio ma nello stesso tempo cammina in mezzo alle chiese (cfr Apc 2,1). L’assemblea deve prendere coscienza di tutto questo e le parole del diacono glielo ricordano. Così come il diacono deve ricordarsi che, in quel momento, è lui a emettere la voce e articolare i suoni, ma la parola è di Cristo e Cristo parla attraverso di lui. Lo Spirito che ha ispirato gli agiografi a scrivere, ispira ora il diacono a leggere così come deve ispirare la comunità a capire e a rispondere. Ascoltiamo, dunque, con stupore, la proclamazione del vangelo. “A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche del Nuovo Testamento, i Vangeli meritamente eccellono, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo Incarnato, nostro Salvatore” (DV 18 = EV 899). Dobbiamo amare ciascuna delle parole del vangelo, ciascuna delle sue immagini perché nascono dall’amore amicale di Dio e ci introducono nel mistero della sua stessa vita. Proprio per questo viene data la possibilità di cantare il vangelo; è il modo più solenne per esprimere il valore di quanto si sta leggendo, il dialogo di amore in cui questa lettura si colloca, la gioia che vuole suscitare nel cuore di chi ascolta. Naturalmente, bisogna che chi canta possa farlo bene, senza distrarre l’assemblea e senza rendere impossibile la comprensione delle parole. Il canto, se lo si sceglie, deve aiutare la comprensione, non renderla più difficile. Non si tratta di un’esibizione da ammirare, ma di una lettura da valorizzare. Al termine della lettura il diacono proclama: “Parola del Signore!” e l’assemblea risponde: “Lode a Te, o Cristo!” Dobbiamo capire e far capire che il senso di questa espressione non è: “Parola che il Signore ha pronunciato o vissuto duemila anni fa e che oggi viene da noi ripresa”, ma piuttosto: “Parola che il Signore risorto rivolge oggi alla sua comunità qui raccolta per illuminarla e correggerla, purificarla e muoverla all’amore; parola che ci mette in comunicazione con quel Gesù di Nazaret che passò in mezzo a noi facendo del bene e che ora vive alla destra del Padre come Signore in grado di salvare l’uomo.” A questa proclamazione del vangelo si collega tutto il resto della liturgia della parola. Il ‘versetto al vangelo’, anzitutto. Si tratta, infatti, di una breve frase che anticipa il testo evangelico e, in questo modo, prepara gli ascoltatori a comprenderne il senso fondamentale. Questo versetto è incorniciato da un alleluia proclamato (cantato) dal lettore e poi dall’assemblea. L’alleluia è sempre espressione di gioia e scaturisce necessariamente ovunque ci rendiamo conto che Dio è entrato nello spazio della nostra esistenza e ha agito. La parola di Dio per noi, l’abbiamo ricordato, deve per forza suscitare stupore e riconoscenza; si canti dunque l’alleluia, si accolga la parola con gioia.
25. Le altre letture Al vangelo è collegata, naturalmente, la prima lettura che generalmente è presa dall’Antico Testamento ed è scelta in modo da corrispondere al vangelo. La Chiesa è convinta che tutto l’Antico Testamento rende testimonianza a Gesù perché in Gesù viene portata a compimento la rivelazione di quell’amore di Dio che è il senso di tutto. Ci vorrà molto tempo e molta educazione biblica prima che le nostre assemblee riescano a gustare questi testi. E tuttavia è importante che l’Antico Testamento venga proclamato perché Gesù non appaia un meteorite apparso improvvisamente, ma piuttosto come il compimento di un lungo processo di rivelazione: la storia di Israele come storia privilegiata di salvezza. È attraverso questo legame con l’Antico Testamento che si può riconoscere anche il legame del mistero di Gesù con tutta la storia umana. Eliminare l’Antico Testamento significherebbe dimenticare tutti quei legami concreti che uniscono la storia di Gesù con il resto della storia umana, e questo renderebbe incomprensibile il mistero di Gesù stesso. La prima lettura termina con la proclamazione: “Parola di Dio!” e l’assemblea risponde: “Rendiamo grazie a Dio!” Poi, dopo un attimo di silenzio, segue la proclamazione di un salmo sotto forma responsoriale: salmista e assemblea. L’attimo di silenzio serve per renderci conto che non stiamo ammucchiando letture diverse, ma ci prepariamo a rispondere alla lettura che abbiamo ascoltato. Che la risposta sia data con un Salmo indica chiaramente l’intenzione della Chiesa: Dio stesso ci mette sulla bocca le parole di una risposta degna. Insomma, ci lasciamo coinvolgere in un dramma che ci è proposto da Dio e noi accettiamo volentieri di ‘entrare in gioco’ nel modo in cui Dio vuole. Poi una seconda lettura presa dall’epistolario del Nuovo Testamento. Il messaggio degli apostoli ci aiuta a comprendere in profondità il mistero di Cristo come rivelatore del Padre, come parola di Dio fatta carne. Appunto: “Cristo in voi, speranza della gloria” (Col 1,27). Solo questo ci può permettere di comprendere la profondità del mistero che il vangelo narra: la guarigione di un cieco, il dialogo con una donna, un racconto in parabole… piccoli avvenimenti ma nei quali si delinea il mistero della redenzione dell’uomo. Paolo e gli altri autori del Nuovo Testamento sono necessari per incominciare a sondare le insondabili ricchezze di Cristo.
26. I ministeri nella liturgia della parola Rimane da dire una parola sui protagonisti della liturgia della parola: il diacono, i lettori, il salmista, il coro, l’assemblea. Quanto abbiamo detto è di per sé sufficiente a comprendere l’importanza che ciascuno faccia bene la sua parte. Deve compiersi un dialogo; nessuno è solo ascoltatore, ma nessuno può rubare agli altri la parola. Ciascuno deve intervenire con umiltà (avviene qualcosa di più grande di noi) e consapevolezza (avviene attraverso di noi). Il lettore deve dunque annunciare con chiarezza e semplicità. La chiarezza è fondamentale. Chi ascolta deve poter capire bene quanto viene annunciato. Per questo non vanno bene lettori improvvisati; chi legge, se vuole leggere bene, dando il senso corretto alle parole e il ritmo corretto alle frasi, deve conoscere bene il testo, averlo letto più volte a voce alta, articolando i suoni. Deve sapere, il lettore, che Dio parla all’assemblea attraverso la sua voce; ma questo richiede necessariamente che l’assemblea capisca quanto viene letto. Ci vorranno anche buoni impianti di diffusione del suono; ma ci vuole, anzitutto, la voce del lettore stesso. Un’avvertenza. Qualcuno potrebbe pensare che, siccome è Dio stesso che parla attraverso la voce del lettore, la lettura debba avere qualcosa di enfatico che ne sottolinei la forza. È vero il contrario. Ogni enfasi attira l’attenzione sul lettore che diventa in qualche modo attore. Ma nella liturgia della parola il lettore è solo strumento; quindi deve essere evitata accuratamente ogni drammatizzazione impropria perché appaia in tutto il suo splendore la parola stessa.
27. L’assemblea Una breve osservazione anche sull’assemblea. Non c’è bisogno che dica l’importanza della sua partecipazione. Il fatto che siano solo poche parole quelle che l’assemblea pronuncia non significa che siano parole poco importanti. Basta un ‘sì’ nella celebrazione del matrimonio per impegnare tutta la vita! E quando l’assemblea proclama di aver ascoltato il Signore, evidentemente con questa parola si compromette, si lega. Così bisogna insegnare all’assemblea a seguire la liturgia della parola ascoltando (non leggendo le letture nel foglietto). Il motivo è che la lettura è personale (ciascuno legge sul suo foglietto, col suo ritmo di lettura) mentre l’ascolto è comunitario (tutti ascoltano l’unica parola che viene proclamata. Ora, siccome lo scopo della liturgia della parola (e di tutta la liturgia) è quello di formare un unico popolo, non ha evidentemente senso che ciascuno legga per conto suo. È invece pieno di significato che tutta l’assemblea, dopo aver ascoltato, esprima la sua adesione unanime alla parola udita.
28. Gli altri elementi della celebrazione Dobbiamo, infine, ricordare il valore di tutti gli elementi materiali che vogliono esprimere l’importanza di quanto sta avvenendo. La cura dell’ambone, anzitutto. Dev’essere in una posizione visibile e deve presentarsi con la bellezza che compete alla parola di Dio; il fatto stesso che il lettore o il diacono si rechi all’ambone per annunciare la parola dice che questa non è una parola come le altre; è parola che viene annunciata non in un luogo qualsiasi, ma in un luogo preciso, preparato proprio per il Signore stesso che parla. Secondo: il libro. La tradizione della Chiesa conosce i lezionari e gli evangeliari: libri fatti con particolare cura, che manifestano anche esternamente il valore della parola che contengono. Dobbiamo valorizzare questo elemento, piccolo, esterno, ma prezioso. Mai quindi, si legga da un foglietto volante. La scelta del libro da cui leggere sarebbe irrilevante se si trattasse di trasmettere semplicemente il contenuto intellettuale di un testo di letteratura o di filosofia. Ma non è questo che avviene nella liturgia della parola. Quella che viene annunciata è la parola di Dio e il lettore che l’annuncia è, in quel momento, ‘bocca di Dio’. La qualità del libro da cui si legge serve a richiamare questa dimensione. L’incenso. Nelle celebrazioni più solenni viene usato anche l’incenso e non per caso. L’incenso nasconde e rivela nello stesso tempo; manifesta che siamo di fronte a un’esperienza che ci supera: da una parte vediamo e ascoltiamo, ma nello stesso tempo quello che accade è più di quanto gli occhi possano registrare o gli orecchi percepire. La nube dell’incenso allude al mistero. Nello stesso tempo l’incenso avvolge di profumo l’ambone e il libro e il lettore. C’è un profumo di vita nella parola di Dio, il profumo che definisce la conoscenza di Dio e del suo Figlio (2Cor 2,14). Naturalmente le cose che abbiamo detto descrivono una celebrazione solenne. Capisco che non tutti i giorni si possa fare una liturgia così. Ma è importante anzitutto che ci siano occasioni nelle quali la liturgia viene celebrata col massimo di chiarezza e di forza; e che, negli altri casi, si abbia sempre davanti quel significato pieno che la liturgia contiene. In questo modo anche gli aggiustamenti saranno fatti saggiamente, in modo cioè da non alterare il senso vero di quanto accade ma di renderlo trasparente.
29. L’omelia Della liturgia della parola fanno parte anche l’omelia del celebrante e la professione di fede. Sottolineo solo che lo scopo dell’omelia è rendere la partecipazione alla liturgia più attiva e consapevole. L’omelia non è un’interruzione del corso della Messa per insegnare qualcosa; è invece un elemento integrante della Messa stessa che permette di vivere con massimo di attualità quanto viene proclamato. Arte del predicatore sarebbe riuscire a unire in modo armonico la parola che è stata annunciata con la liturgia che si celebra e con l’assemblea concreta che è presente. Un’omelia è ‘riuscita’ quando ha aiutato l’assemblea a celebrare bene; e celebrare bene significa lasciare che la propria vita concreta – famiglia, lavoro, amicizia, pensieri, desideri, decisioni… – venga toccata dal mistero di Cristo e ne esca rinnovata, convertita. L’omelia non è un pretesto per combattere le proprie battaglie personali o per esporre i propri intelligenti punti di vista; è invece il compito di far emergere l’attualità di quanto è stato proclamato e coinvolgere l’assemblea in quanto viene celebrato. Da qui l’importanza della fedeltà alla celebrazione, alle letture, all’assemblea. Vi chiedo anche, con umiltà, di fare sì che le omelie aprano alla speranza. Deve avvenire quanto sant’Agostino poneva come obiettivo del catechista chiamato ad annunciare ai principianti il cuore del vangelo: “Attraverso l’annuncio della salvezza il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami” (de Cathechizandis Rudibus 4,8; cfr DV 1 = EV 872). Sono convinto che le ‘tirate’ contro i presenti sono controproducenti o perlomeno inutili. E nessuno deve avere l’impressione che stiamo strumentalizzando l’omelia per promuovere e ottenere qualcosa che sta a cuore a noi. Quando questo avviene, l’ombra ricade non solo sul predicatore ma sulla liturgia stessa che ne esce svilita. Dobbiamo poter dire come san Paolo: “Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo… Vi supplichiamo in nome di Cristo…” (2Cor 5,20). Questo suppone che il predicatore abbia “il pensiero di Cristo” (1Cor 2,16) e non sia mosso da altri interessi che lui: “Per me, infatti, il vivere è Cristo” (Fil 1,21). In concreto, mi sembra sia importante che l’omelia venga apprezzata e capita nel suo grande valore. Mi piacerebbe, ad esempio, che una piccola omelia – di tre minuti – accompagnasse la celebrazione quotidiana della Messa e che l’omelia della domenica – di dodici minuti – fosse preparata accuratamente. Non posso che compiacermi con quei preti – e sono un certo numero – che cominciano il lunedì a leggere le letture della domenica successiva e che poco alla volta durante la settimana raccolgono il materiale che deve confluire nell’omelia. Hanno sempre insegnato che per parlare efficacemente bisogna avere qualcosa da dire; poi dirlo con chiarezza; e, una volta detto, tacere. Credo che la regola si adatti benissimo anche all’omelia: deve avere qualcosa da comunicare, essere chiara, non trascinarsi inutilmente in fiumi di parole. Per raggiungere questo obiettivo hanno valore anche quegli incontri nei quali preti e laici preparano insieme il materiale dell’omelia.
30. La catechesi e i catechisti A questo punto andrebbe inserito il riferimento alla catechesi e ai catechisti. Non c’è dubbio, infatti, che tocchi proprio alla catechesi familiarizzare le nuove generazioni con il testo biblico, introdurre alle strutture fondamentali della storia della salvezza cioè del rapporto di Dio con noi, trasmettere i contenuti essenziali della fede a partire dalla Sacra Scrittura. Di fatto, però, questo lavoro è già descritto e proposto egregiamente nel progetto dalla ICFR che la nostra diocesi si è data come impegno primario. Non posso, dunque, che rimandare ai testi che illustrano e guidano questa proposta invitando tutti i catechisti ad approfondirli e soprattutto ad attuarli nel loro prezioso servizio.
31. Esercizi e ritiri spirituali Desidero solo accostare al lavoro della catechesi in genere la proposta di momenti particolari di approfondimento e di preghiera: gli esercizi spirituali e le giornate di preghiera. Di per sé gli ‘Esercizi Spirituali’ così come li ha pensati sant’Ignazio di Loyola sono un periodo prolungato (quattro settimane) di riflessione, preghiera, dialogo spirituale, per giungere a discernere la propria vocazione, quello che il Signore si attende da noi. E avremmo proprio bisogno di riscoprire e offrire di nuovo questa opportunità. È raro, infatti, che un ragazzo abbia il tempo e la tranquillità necessari per interrogarsi seriamente sulla sua vocazione e cioè sul modo migliore per lui di realizzare la vocazione al dono di sé, all’amore, al servizio di Dio. Quand’anche nascesse il desiderio di donarsi al Signore, le mille attrattive e possibilità che il mondo d’oggi offre sono capaci di ‘distrarre’ l’attenzione in modo che il seme non giunge a maturazione. Per questo dobbiamo offrire corsi di esercizi spirituali, momenti prolungati di silenzio, ascolto, preghiera; e non c’è modo migliore di farlo che accostando alcuni testi biblici. È anzitutto attraverso il testo biblico, infatti, che si struttura il dialogo di Dio con gli uomini: “Nei Libri Sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e discorre con essi; nella parola di Dio, poi, è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale” (DV 21 = EV 904). Proporre la lettura e meditazione di un testo biblico significa proporre una parola autentica di Dio a noi e quindi significa impostare quel dialogo di fede, amicizia e amore in cui consiste l’esistenza cristiana stessa. Bisognerà dunque offrire numerosi corsi di esercizi spirituali ai giovani per aiutarli a impostare la loro vita come dialogo amicale con Dio e riconoscere le scelte fondamentali di vita come ‘vocazione’ in senso pieno. Nello stesso modo desidero che, soprattutto in alcuni momenti dell’anno liturgico, siano offerte giornate di riflessione e di preghiera (ritiri spirituali), per ritrovare l’equilibrio spirituale della propria vita. Anche in questo caso l’ideale è proporre alcuni testi biblici (o un libro della Bibbia) come inizio di un dialogo di fede e di una revisione di vita.
32. I gruppi biblici di lettura e di preghiera Grazie a Dio, sono diffusi in diocesi i gruppi di lettura e di preghiera del vangelo; alcune persone si trovano in una casa privata, leggono un brano di vangelo, lo commentano con libertà e pregano a partire dalla parola ascoltata. Sono una delle nuove forme di evangelizzazione e di catechesi che si stanno diffondendo. Non posso che riconoscere in questi gruppi una grande speranza per la Chiesa. Che alcuni cristiani cerchino un contatto regolare con la parola di Dio, che lo facciano insieme ad altri, che accompagnino questo ascolto con una preghiera spontanea è cosa più che buona. Desidero quindi solo che questi gruppi si diffondano e che vengano proposti a tutti. Aggiungo solo qualche osservazione che spero non sia inutile. La prima è che i gruppi di vangelo richiedono il servizio di un animatore, una guida, che sia preparato sia dal punto di vista biblico, sia dal punto di vista della dinamica di gruppo. Se non c’è un animatore attento e preparato difficilmente i gruppi resistono nel tempo. Poco alla volta, infatti, si cominciano a ripetere le stesse osservazioni e si ha l’impressione di non aver niente di nuovo da dire. L’animatore deve essere capace di cogliere e di esprimere le caratteristiche proprie di ogni testo; deve sapere rispondere alle domande immediate di tipo letterario e storico che inevitabilmente sorgono; deve saper guidare il gruppo in modo da sollecitare gli interventi, da evitare le discussioni inutili, da mantenere un clima di accoglienza reciproca. È importante, infatti, per il buon funzionamento del gruppo, che non ci si lasci prendere dall’impulso di contestare le riflessioni degli altri, di affermare le proprie come uniche vere, di ottenere piccoli ‘successi’ e riconoscimenti. Lo scopo di questi gruppi, infatti, non è quello di definire il significato preciso di un brano (a questo bisogno rispondono meglio le sessioni di studio), ma di illuminare l’esperienza di fede con la luce della parola. L’unico confine preciso da riconoscere e accettare è quello della fede della Chiesa entro la quale si muove la fede di ciascuno. È proprio questa la funzione del ‘simbolo’ (il ‘credo’, la professione di fede): permettere di riconoscere quella fede personale che sta all’interno della fede della Chiesa e quella che invece se ne allontana. Quando questa comunione è garantita, i cammini personali possono essere diversi e dobbiamo imparare ad ascoltarci e apprezzarci a vicenda.
33. L’ospitalità Un’importanza grande ha in questi gruppi il contesto di ospitalità e il clima di fraternità che li accompagnano. Che una casa privata si apra per accogliere quelli che desiderano pregare insieme è già un fatto importante, che rivela lo stile della Chiesa. Ci sono persone che hanno dal Signore il dono della affabilità, che sono capaci di accogliere a cuore aperto, senza riserve. Queste persone contribuiscono non poco al buon funzionamento dei gruppi di vangelo perché aiutano le persone a sentirsi ‘a casa propria’, in famiglia. E forse questo è uno dei bisogni più sentiti e diffusi oggi. La persona che accoglie e quindi dirige il gruppo deve interessarsi anche di mantenere il contatto col parroco, tenendolo al corrente di quanto si fa, invitandolo in qualche occasione particolare. Questo legame di comunione è decisivo perché i gruppi di ascolto non appaiano gruppi privati che percorrono un cammino autonomo, ma piuttosto siano espressione dell’unica Chiesa. Senza togliere nulla alla spontaneità, che è una delle caratteristiche positive di questi gruppi, cercheremo di offrire a tutti piste di riflessione che arricchiscano gli incontri e li rendano efficaci anche dal punto di vista della catechesi biblica. L’ideale sarebbe che i gruppi di vangelo si sviluppino fino a diventare piccole comunità di credenti (comunità di base). È importante che la presenza ecclesiale sul territorio non venga meno a motivo della diminuzione dei preti: questa presenza è un obiettivo primario della pastorale; se non la si può raggiungere con la diffusione capillare delle parrocchie, bisogna raggiungerla con la moltiplicazione di piccole comunità nelle quali le persone possano vivere rapporti di vicinanza e di carità.
34. La lectio divina Da qualche anno va diffondesi un po’ ovunque la prassi della lectio divina, un modo di accostare la parola di Dio facendone sorgente di meditazione e di preghiera. La lectio è, di per sé, un metodo di accostamento della Bibbia proprio della tradizione monastica e codificato nel sec. XII da Guigo II, certosino. A lui risale la articolazione classica della lectio in: lectio, meditatio, oratio, contemplatio. In un suo intervento il card. Martini aveva aggiunto anche consolatio, discretio, deliberatio, actio: il motivo era quello di creare un ponte tra la parola di Dio e la vita e vedere come tale ponte possa funzionare nel modo migliore. Di fatto, però, il termine lectio è diventato sinonimo di una spiegazione della Bibbia che conduca alla preghiera e la sostenga, indipendentemente da un metodo preciso. Mi piacerebbe che, almeno in alcune occasioni, si proponesse la lectio anche nella sua modalità monastica. In ogni modo sono favorevole a ogni accostamento ‘pregato’ alla parola di Dio. Mi sembra che sia una scuola preziosa di preghiera cristiana, proprio perché dà consapevolmente alla preghiera la forma di risposta alla parola creativa di Dio. Prendiamo allora l’introduzione alla lectio divina come uno dei compiti, soprattutto in occasione di ritiri o esercizi spirituali.
35. La lettura continua L’accostamento occasionale alla Bibbia è certo da lodarsi. Tuttavia un’autentica familiarità con la Bibbia richiede un accostamento regolare, quotidiano. Non per nulla tutti i sacerdoti, pregando con la liturgia delle ore, sono ‘obbligati’ a leggere un capitolo della Bibbia ogni giorno. Non posso certo sperare che tutti i credenti bresciani si impegnino a una lettura quotidiana dalla Bibbia, ma questa lettura quotidiana posso ben consigliarla e favorirla. Lo faccio con convinzione perché credo che la lettura continua e regolare sia la base che nutre tutte le altre forme di accostamento alla Bibbia stessa. Non ignoro nemmeno le difficoltà che questo tipo di lettura comporta. Quando si deve leggere la legislazione levitica sui sacrifici, o quando capitano le liste genealogiche del libro delle Cronache, viene facilmente la voglia di saltare o addirittura di abbandonare la lettura. Non solo: quando si leggono nel libro di Giosuè parole che comandano lo herem (l’anatema; vedi nota della Bibbia di Gerusalemme a Gs 6,17) potrebbe venire da scandalizzarci, anche se i nostri occhi hanno visto di peggio. Ma l’esperienza dice che chi ha la perseveranza e continua regolarmente la lettura ne avrà anche il premio. La maggior parte delle difficoltà scomparirà da sé, solo attraverso la familiarità col testo; alcune altre difficoltà costringeranno ad approfondire il tema e porteranno a una conoscenza migliore della Bibbia. Tutto questo per dire che propongo alla diocesi la lettura continua della Bibbia. Esistono calendari che suggeriscono la lettura di un capitolo al giorno; in quattro anni si sarà letto tutto l’Antico Testamento e due volte il Nuovo Testamento. Si tratta, in questo caso, di un impegno proposto ai singoli. Ciascuno è libero di muoversi come desidera, anche se cercheremo di diffondere un piccolo calendario che associ i libri letti al tempo liturgico che viviamo. Si tenga però presente: questa lettura è del tutto personale, ma contribuisce alla crescita della Chiesa bresciana intera; non ci muoviamo nell’ambito del totalmente privato.
36. Le missioni popolari Il Codice di Diritto Canonico chiede di indire regolarmente le ‘Missioni Popolari’ (can. 770; il codice precedente chiedeva di farle almeno ogni dieci anni; quello attuale recita: “secondo le disposizioni del vescovo diocesano”). Sono l’occasione per rinnovare l’annuncio del vangelo facendolo giungere a tutte le famiglie della parrocchia. Dobbiamo obbedire a questa prescrizione; ma dobbiamo anche trovare il modo perché la Missione sia efficace. Obiettivo imprescindibile è che vengano raggiunte davvero tutte le persone e a tutte venga trasmesso l’invito a conoscere meglio Gesù Cristo e il vangelo. Per questo è necessario che tutta la parrocchia si mobiliti; che i missionari che vengono da fuori possano contare sulla collaborazione dei praticanti; che la responsabilità per la Missione sia sentita e vissuta da tutti. Cercheremo per questo di raccogliere i dati sui diversi modi d’impostare le Missioni per offrire suggerimenti precisi. Non siamo in grado di imporre un unico schema a tutti, ma possiamo fare buon uso delle esperienze fatte per non ripetere errori e sfruttare invece quelle strade che si sono dimostrate utili.
37. Il ministero dei lettori Nella disciplina della Chiesa esiste un ministero istituito che si lega proprio alla parola di Dio; è il ministero del lettore. Desidero che anche la nostra Chiesa formi e istituisca dei lettori permanenti, che facciano della parola di Dio il centro vitale della loro formazione e l’ambito preciso del loro servizio. Mi sembra che il cammino verso questa meta debba partire dal ministero di fatto. Ci sono di fatto alcune persone, nelle comunità parrocchiali, che vivono un’attenzione particolare alla Bibbia e compiono un servizio riconosciuto; penso ad alcuni catechisti, a persone che annunciano la parola nella Messa, agli animatori di gruppi del vangelo. Tutte queste persone possono fare dei cammini di approfondimento della Bibbia nei corsi per catechisti, nell’Istituto Superiore Scienze Religiose, in corsi biblici offerti in diocesi e fuori diocesi. Quando la comunità riconosce in loro il dono del servizio alla parola, quando si riconoscono le qualità spirituali e umane che sono necessarie per un ministero, quando si vede che il modo di operare edifica la comunità (e non la divide), allora la comunità insieme col parroco può chiedere che una persona venga istituita lettore permanente. Sarà necessaria una breve preparazione per cogliere il valore del ministero, comprenderne gli impegni, gustarne la forza spirituale; poi l’istituzione potrà essere fatta. Insomma, desidero che l’istituzione al ministero sia preceduta (e motivata) da un lungo periodo di servizio nel quale il ministero sia esercitato di fatto; che la comunità riconosca il dono del Signore senza perplessità; che ne senta il bisogno e ne faccia richiesta al Vescovo. Quello che l’istituzione aggiunge al ministero di fatto è il riconoscimento ecclesiale e quindi il mandato a svolgere il ministero della parola. Naturalmente il ministero del lettorato non è un sacramento, ma si può dire che entra nella logica sacramentale che regge tutta l’esistenza della Chiesa.
IV - MARIA SANTISSIMA, MODELLO DI ACCOGLIENZA DELLA PAROLA DI DIO
38. Maria, modello dell’ascolto di fede Desidero completare questa riflessione sulla parola di Dio nella vita della Chiesa collocandola nel contesto dell’esperienza spirituale di Maria così come ci è presentata nel vangelo secondo Luca. Il Concilio ci ha insegnato che Maria è la figura stessa della Chiesa, la Chiesa vissuta in pienezza e perfezione dello Spirito. La Chiesa impara a conoscersi proprio quando contempla Maria e trova in lei, pienamente realizzata, la sua stessa vocazione. Maria, infatti, è la madre del Verbo Incarnato; ha offerto la sua stessa carne al Verbo eterno perché prendesse forma umana in lei. E non è forse questo il mistero anche della Chiesa? Non è essa il corpo di Cristo che si edifica attraverso la vita di sempre nuovi membri? E come la Chiesa può vivere la sua maternità spirituale se non imparando da Maria? Per questo desidero richiamare i due brani dell’annunciazione e della visitazione Lc 1,26-39 e Lc 1,29-55.
39. Il racconto dell’annunciazione Il racconto dell’annunciazione è il racconto di come il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Tutto, naturalmente, ha origine nella volontà creativa, gratuita, immotivata di Dio stesso. È Dio che manda il suo messaggero, l’angelo Gabriele, a portare la sua parola – il suo Verbo – a Maria. Questo primato della grazia deve essere ricordato sempre: “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te.” Sono le parole dell’angelo a Maria ma le possiamo leggere anche come parole di Dio alla Chiesa. Davvero la Chiesa è bella, non per i nostri meriti, ma per la grazia incorruttibile di Dio. Di fronte al turbamento di Maria che non comprende, l’angelo spiega il disegno di Dio: “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre; e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,31-33). Come nota la Bibbia di Gerusalemme “le parole dell’angelo si ispirano a vari passi messianici dell’A.T.” Proprio così: l’angelo non dice nulla di nuovo; dice a Maria che la parola di Dio, quella annunciata attraverso i secoli dai profeti, si compirà in lei. Dio ha un disegno sul mondo da Lui creato, sulla storia che egli governa. Ebbene, questo disegno è parola negli oracoli dei profeti; questo medesimo disegno diventerà carne nel seno di Maria. Come ho già ricordato, questo è il senso della missione della Chiesa: che la parola di Dio continui il cammino della sua incarnazione; la Chiesa offre se stessa alla parola di Dio perché la parola assuma ancora forma umana nella storia, nel cosmo. La domanda successiva di Maria riguarda il modo in cui questa incarnazione potrà compiersi e la risposta dell’angelo è chiarissima: non si tratta di fare appello alla potenza di strumenti umani, ma di ricevere nella docilità la forza dello Spirito di Dio e diventarne strumento. La verginità di Maria dice la vocazione verginale della Chiesa che non è chiamata a unirsi alle potenze del mondo per diventare forte, ma alla parola di Dio per diventare madre. Una volta che la volontà di Dio su di lei è espressa, la risposta di Maria è senza riserve: “Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga di me secondo la tua parola”: la parola dell’angelo, cioè la parola che Dio le ha comunicato attraverso l’angelo (Lc 1,38). In questo atteggiamento Maria è il modello perfetto della Chiesa, donna dell’ascolto che accoglie la parola e le offre la sua stessa vita perché la parola giunga a portare frutto in lei. Tutte le domeniche, quando la comunità cristiana si raccoglie per la celebrazione dell’eucaristia, avviene esattamente questo: il Signore parla alla sua comunità, la comunità ascolta, riconosce la parola di Dio (“Gloria a Te, Signore!”), cerca di comprenderla nel modo più pieno e si mette a disposizione della parola perché essa, la parola, prenda carne in lei e operi nella storia.
40. Il racconto della visitazione Al racconto dell’annunciazione segue immediatamente quello della visitazione, anche questo un racconto straordinario e illuminante. Maria va a visitare la sua parente Elisabetta, anch’essa incinta nonostante la sterilità e l’età avanzata. Di per sé, si tratta di un episodio marginale che si colloca nella semplicità del quotidiano. E invece no. Maria entra in casa di Zaccaria, saluta Elisabetta e niente è più come prima. Il bambino di Elisabetta sussulta nel suo seno. Diventerà un profeta, quel bambino, Giovanni Battista; ma già ora, prima ancora di nascere, è profeta, anzi è il più grande dei profeti perché ha il dono di poter riconoscere il Messia che viene a salvare il suo popolo. Di fatto quel sussulto non è un semplice movimento del feto nel seno della madre; è un salto di gioia che esprime lo stupore perché le promesse dei profeti si compiono. È Elisabetta stessa che interpreta le cose in questo modo: all’udire la voce di Maria, infatti, Elisabetta “fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo… Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo” (Lc 1,41-45). Perché tutto questo sconvolgimento? Naturalmente perché Maria è incinta del Messia e dovunque essa vada porta la benedizione che il Messia rappresenta. Anche qui: si può dire meglio il senso della storia della Chiesa nel mondo? Portare la gioia della salvezza che viene da Dio; ma questa gioia può essere portata solo perché la parola di Dio è stata ascoltata, capita, concepita nella fede e nell’obbedienza. Potremmo allora dire che tutto il senso del nostro programma pastorale è rendere la Chiesa bresciana sempre più mariana, sempre più simile a Maria. Proprio per andare verso questo traguardo dobbiamo diventare ascoltatori della parola; dobbiamo ‘concepirla’ accogliendola nella fede; dobbiamo portarla nel mondo attraverso un’esistenza rinnovata e modificata dall’incontro con la parola. Il Signore ci doni di percorrere con decisione e con gioia questa strada.
Brescia, 4 luglio 2008 Solennità della Dedicazione della Cattedrale
+ Luciano Monari Vescovo
Tratta da : diocesi.brescia.it
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